Dalle tavole della nobiltà contadina al rischio oblio, la storia della pesca bianca che ha reso celebre il nostro territorio e la sfida per non perderne l’anima


Esistono sapori capaci di raccontare la storia di un intero popolo meglio di qualsiasi libro di cronaca locale. Per Melito questo legame profondo è racchiuso, oltre che nelle distese di mele annurche messe ad “arrossire” al sole, nella Bellella di Melito, una varietà di pesca a polpa bianca che per oltre un secolo ha rappresentato l’apice della peschicoltura campana. Non era soltanto un frutto, ma il simbolo di un’agricoltura fatta di cura, pazienza e dedizione assoluta. Questa varietà si inserisce nel prestigioso gruppo delle pesche bianche napoletane a maturazione estiva, frutti che hanno segnato l’epoca d’oro delle campagne grazie a una polpa sapida, aromatica e arricchita da tipiche venature rossastre in prossimità del nocciolo.

Il nome stesso, Bellella, evoca una grazia d’altri tempi, mentre la localizzazione “di Melito”, ne istituisce una sorta di appartenenza confinata e inimitabile. Esteticamente si presenta con un pericarpo dai colori sfumati, ma è la sua estrema delicatezza a renderla un pezzo pregiato. La sua buccia sottile e la polpa succosa non tollerano la forza bruta delle macchine: ogni fase, dalla raccolta alla selezione fino al confezionamento, deve avvenire ancora oggi rigorosamente a mano, con una delicatezza che appartiene più al mondo dell’artigianato che a quello dell’industria. Proprio questa sua natura eterea, tuttavia, ne ha decretato il lento declino commerciale.

Il mercato moderno, dominato dalla grande distribuzione, ha progressivamente spinto i coltivatori verso varietà più serbevoli, ovvero capaci di resistere per giorni nei frigoriferi e di sopportare i lunghi viaggi nei camion senza ammaccarsi. In questa corsa alla resistenza logistica, la Bellella è stata sacrificata a favore di frutti più duri e duraturi, ma spesso privi di quell’identità sensoriale che rendeva Melito famosa in tutta la regione. Come confermato anche dai registri dell’Assessorato all’Agricoltura, oggi questa specialità rischia seriamente di scomparire, restando confinata nei ricordi dei residenti più anziani o in qualche raro filare (forse) sopravvissuto all’urbanizzazione.

Recuperare la Bellella di Melito non è però un’impresa impossibile, bensì un atto di resistenza culturale necessario. Il rilancio di questa pesca richiederebbe un impegno collettivo che parta dal censimento delle piante – qualora – ancora esistenti nelle zone rurali del comune, passando per la sensibilizzazione dei nuovi agricoltori verso una produzione di nicchia e di alta qualità. Proteggere questo frutto significa sottrarlo all’estinzione per trasformarlo in un volano di marketing territoriale, capace di ridare dignità alle radici agricole melitesi e di offrire alle nuove generazioni un prodotto autentico, lontano dall’omologazione dei sapori industriali. La Bellella attende solo che qualcuno torni a prendersi cura della sua fragile e straordinaria bellezza. E’ troppo tardi?

Da: melitonline.net